Vi sono mondi sconosciuti a dimensione d’uomo. Vicoli stortignaccoli procedono lentamente lungo basolati messi a nuovo. La terra dura sembra incisa nella pietra da portatori d’ascia. Le vie si dipanano lucide e quando piove sembra che abbiano tirato lo smalto alle buone intenzioni per l’inferno.
No, qui non è l’Inferno. E neanche la sua filiale. Cammino nella luce dolce e calda e umida del giorno di questo paesino del Sud Salento, affiancato da Juanita, Jope e Camilla e uno sbuffante gatto che pensa che ballare la hula sia un modo per accattivarsi le simpatie delle gatte locali: nemo propheta in patria, Feysal si comporta da romano a Roma, sposando improbabili ricette locali di ospitalità.
Strade tanto strette da abbracciarle allargando in un gesto d’Amore le mani: e il mondo ti entra dentro in tutto il suo furore, il suo caos calmo, scandito da ritmi puntuali. Al bar della piazza, dove si trova la moderna sede di un partito democratico – mi spiegano sorto dalle ceneri del partito comunista – incastonata in un palazzo dell’800, siedono i vecchi a giocare a carte. Trovo un tavolino vuoto, con sedie pigre ad attendere, Juanita è l’attento oggetto di sguardo e considerazione della tipica ragazza mediterranea, ma a tradirla è la sua pelle ambrata. Bellezza del Golfo, discordia delle esperienze di giovani e vecchi. Atterriti dai due molossi che non farebbero male ad una mosca, distesi e allungati per terra come bauli di un commesso viaggiatore, si riprende a giocare a carte. Un ragazzino smilzo e piccolino, avrà undici/dodici anni, prende le ordinazioni, rientra, un minuto che qui si dilata sino ad un quarto d’ora, e torna fuori, con il vassoio in metallo sbiadito dal tempo e che farebbe la fortuna di qualche collezionista, deposita tutto sul tavolo. Cerco di pagare il conto, mi guarda con aria di sufficienza, come a dire lo so che non sei di qua, ma ti dò fiducia lo stesso puoi pagare anche dopo. Juanita gli manda un sorriso radioso che ricambia.
Il ragazzo corre via, richiamato, con il grembiule più grande di lui che gli si arrotola tra le gambe, bianco sbiadito e rosso in volto, è lui che ha avuto il più grande contatto con quella bella donna dai lunghi capelli corvini… La curiosità si desta, sveglia il ragazzino che è in ognuno di noi, passa di bocca in bocca, sento sorrisi e risate, gli occhi schermati da lenti consentono di vedere senza essere visti, di partecipare senza giocare…
Si compie un piccolo miracolo di Vita.
Il mondo e il tempo e lo spazio si dilatano, ci si scopre ragazzini a giocar con le biglie, magari sul selciato, a lanciare tappi di bottiglia, a vincere, a ridanciare, con gesti che più di insulto, sono la spassosità fatta persona.
La magia continua a compiersi e tutto si rallenta, nelle forme nei colori. Donne con gonne corte al ginocchio, giunoniche e dal seno pieno e prosperoso, attraversano la piazza cariche di spesa e bustoni dal fruttarolo, vien voglia di buttarsi per terra e di giocar con loro sotto trentatrè gradi di sole poco benevolo. Pomodori rossi rotolano sul selciato, cade la pianta di basilico, le cipolle sono imprendibili: nella raccolta il sacrificio del pomodoro anticipa il bollore del sugo sul fuoco, i bambini corrono intorno, giochi giulivi. Corro in soccorso della signora anziana e vestita di nero, mi ringrazia con il suo sorriso dinoccolato.
Sssssorseggio l’aperitivo mentre bicchieri di rosso locale si alternano a carte e giocate. L’aere si riempie di odori quasi familiari e caldo, penetranti. Il cortile è aperto davanti al bar, i cagnoni cercano ristoro nella terra, Juanita è sotto sorveglianza di occhi desideranti mentre seducente e ammiccante si fa aria con un ventaglio. Catturato, attraverso un portone rugginoso, le ante si dischiudono dintorno guardando un giardino rosso rosa e bianco maculato di gerani, accanto a piante grasse che a sentir solo l’odore fioriscono, salta fuori da una finestra grande sino al tetto, e dentro giovani donne di tutte le età attendono pentoloni enormi e fumanti sopra una cucina in muratura.
Dietro si staglia la signora, chef di rispetto in maniche corte, l’orlo della sottoveste e della gonna ripiegato alla cintola. Si tritano cipolle e basilico e ogni tanto coppe di pomodori ruotano in pentole appena svuotate. Lentezza e piacere si dipingono sul lavoro, si fa finta di niente mentre mi hanno già scorto. “UÈ trasi?” lingua incomprensibile dal gesto eloquente di invito e ospitalità.
Così mi perdo in stanzoni dove altre signore schiacciano i pomodori in acqua e li versano nelle coppe. La mia faccia incuriosita deve divertirle parecchio se alla fine ridacchiano dandosi di gomito.
Così mi trovo sul panchetto a lavorar con loro, tolgo anche i sandali e mi arrotolo pantaloni già corti. Il clima sereno dilata ancora il tempo e il gioco continua. Juanita è diventata una di loro e dopo i controlli di rito, anche l’allegra brigata è sistemata. Pane di grano duro, friselle, pomodori, peperoni, tonno, carne arrosto mangiati con le mani costituiscono il frugale pranzo principesco cui si sono uniti gli uomini. Riconosco il ragazzino e il proprietario del bar di fronte, Juanita e la sua strana lingua incomprensibile si mescolano al dialetto locale, è tenore, stile di vita, rito.
Le bottiglie e i vasi di vetro si riempiono, si accende il fuoco nel cortile per la “manta”: strati di coperte alternano e rivestono bottiglie e vasi, a cottura si lascia raffreddare. Gli uomini hanno preso la strada dei campi per raccogliere frutta e verdura nel meriggio liquido, il vento è girato, la cucina ha cambiato ritmo: più tranquillo e assorto si prepara alla sera. Collaboro a rapir mestiere, faccio finta di non saper nulla quando hanno capito dal coltello che non sono così stupido. Così si apparecchiano tavole allungate piene di verdure cotte e crude, di fritture e pastelle, di vino bianco frizzante e lascivo, i piatti girano, le voci si fanno chiassose, il bar è chiuso, ma è aperto il cortile, e intorno si aggiungono altri posti per celebrare il ritardo dell’inverno.
Voci garrule lanciano scherzi, brindisi improbabili, ci si racconta la giornata, si parla senza paura dell’indomani facendo programmi sul meteo dell’esperienza.
Il sole è tramontato, il tempo rallentato lo ha visto diventare un’arancia rossa schiacciata sul cielo. Belle di notte circondano gerani e luci e ombre gettano nuovo fuoco sul cortile. Spariscono tre donne e sento la cucina a rigovernare, si chiudono gli avanzi in frigorifero, si chiede di portare qualcosa dai campi con la raccomandazione di non dimenticarsi.
Jope e Camilla saltano intorno: il clima di festa contagia anche loro, senza infastidire alcuno, Feysal è l’oggetto di lazzi del ragazzino, e lui lascia andare.
Le donne spettegolano civettuole e gli uomini fumano con me sigari toscani, forti e nerboruti, al contrario, con la parte incendiata in bocca, visi rugosi con ragnatele sul volto cotte dal sole pensano al domani come se l’oggi fosse già finito. Comprendo la dolcezza della Vita di queste persone e penso che ogni anno si celebra così l’estate che finisce. Comprendo perché questo lembo di terra è magico: l’anteprima del Paradiso.
Andando via vado a pagare il conto del bar: mi dicono che è già fatto, ma lo sguardo interrogativo verso Juanita non trova risposta. Poi comprendo: hanno riconosciuto l’umiltà del nostro lavoro, di essere e fare famiglia insieme.
Non ho parole per ringraziare salutando, le donne ci riempiono di cibo e vino da consumare, ultima offerta. Antonio, detto Totò, ragazzino di undici anni, questa notte non dormirà: la sua Dea l’ha baciato sulla guancia e abbracciato e lui è rimasto a bocca aperta, timido piccolo uomo, rosso in volto.
Prendiamo la via del ritorno: stanchi, ma felici, con le zampe e le gambe che si “strascinano” sul basolato di portatori d’ascia, lasciamo alle spalle questo mondo antico, e nuovo. Tornerò da queste persone, per abbracciarle ed esser con loro ogni anno, per sentirmi avvolto da quel calore figlio del tempo dimenticato.
Guardo Juanita mentre avvio l’auto, è radiosa.
Il mondo si dischiude in un sorriso.








