Vi sono persone che sono come le cipolle. A strati, rivelano del Sé ogni volta qualcosa di nuovo subito dopo che si ha l’impressione di conoscerle e di aver compreso tutto di loro.

Sono acri, a volte amare, e lasciano il retrogusto pesante e indigeribile, energiche come la vitamina dell’energia, non si esauriscono mai. Solo il soffritto e l’appassimento per dare sapore alla loro vita e alla ricetta: umile arte del dono di Sé, ingrediente povero e ricco nello stesso tempo, scompaiono dopo aver servito schive senza essere schiave.

Compassione vuol dire soffrire insieme, se non fosse che il verbo è deponente, per cui l’azione si subisce pur essendo attiva. Come dire: patire insieme, nel mal comune il mezzo gaudio.
Si toglie sofferenza e si dà felicità. Compassione orientale porta a trasformazione interiore, nell’abbracciare il dolore altrui, si scema il proprio, si offre e si condivide, senza limiti.

Così si abbracciano gli altri e li si aiuta, a volte anche nel silenzio, che da solo urla più del grande rumore, per aiutare a cambiare, cambiarsi, cambiarli, anche quando, da solo, l’esempio non basta.

Ecco, allora, la vendetta compassionevole della cipolla: mentre si fa sminuzzare, ci fa piangere, per ricordarci che la sua Vita, pur essendo alla fine, ha bisogno umilmente del pianto di accompagnamento.

Si immola con dignità.