Sono in un grosso centro commerciale, a far la spesa, mi aggiro in questo spazio immenso, americano, tra scaffali incolonnati e infilati tutti uguali in una matrice del benessere. Nulla di che. È pomeriggio, settembre, solo. Il centro commerciale come pretesto e scusa per l’evasione dal carcere della noia. E forse proprio di questo si tratta, visto che mancano tutti, Juanita e il suo sorriso, il ghigno diabolico che serra la pipa di Feysal, la paccioccheria di Jope e Camilla.

Mhmm. Cammino errabondo in mezzo alla via principale e prendo la traversa di Via dei Sughi: spingo avanti il carrello, scorgo nella piazza principale, la seconda dopo quella dell’ingresso, una serie di pinup maggiorate e scollate, seno prominente e faccia accattivante da sirena di Ulisse dei consumatori, promoter della pasta, del caffè, della barretta, misura dell’andamento stagionale delle vendite.

Incontro Antonio nella piazza, mentre sorseggia da grande intenditore una birra davanti alla sirena di Ulisse – se arriva a capire la distinzione tra marche è il massimo, una volta l’ho sentito disquisire sulle lager, non credo fosse consapevole della differenza semantica e dell’ambiguità della parola, vedo che si è lasciato impressionare dalle curve della sirena, ha qualche occhiata sbandata -, mi scorge, mi vede si avvicina, ci siamo lasciati stamattina.

“Mia moglie sta alla verdura, costa meno – già l’impressione è questa, tutto costa meno, ma non così salutare? lo ascolto con attenzione, l’istinto mi ghermisce all’istante e guarnisce l’orecchio – poi dobbiamo prendere i pannolini, mia suocera tiene la bambina – tiene? in braccio? cerco la suocera che conosco, non la vedo, sarà in giro – … a casa, abbiamo poco tempo e non usciamo la sera – vero, è diventato papà da poco, è normale – veniamo qui per fare la spesa per tutto il mese, mi hanno pagato ieri tre mesi di arretrati – la crisi si fa sentire anche qui, capisco che la comunità l’ha aiutato – poi devo passare a ritirare i vestiti della Maria dalla lavanderia – favori ricambiano favori – sai con il figlio – già lu strìu che si stampagna a centoquaranta, con il contachilometri che misura il grado di uscita fuori strada – e devo comprare ad Anna la 903 che si è dimenticata – 903? capisco dopo, mentre la prende, una grappa affinata in barrique – e poi devo cercare… – non afferro, parla mentre cerca esitante, la musica lo soverchia, lo fa completamente sino ad annullare le parole – …che serve… – continuo a non capire, comprendo solo che l’inverosimile è qui a portata di mano – e poi i salumi… -.

Mi fermo perplesso, lo guardo e lui comprende la mia domanda. “Sì, c’è Pino… – mi fa – ma serve per le piccole cose che qui ti dimentichi se non hai la lista – lo seguo mentre blatera e sfarfalla affannosamente per coprire gli annunci e la musica induttiva a consumare – e poi devo mantenere la famiglia in questo periodo… – di crisi, lo volevi dire, sporco traditore di Pino il salumaio, ma poi penso che Pino venga qui a comprare con le offerte, in questo gioco la tragedia assurge a comicità – bisogna pure sopravvivere per campare – i nonsense sono no sense, ma ho fatto l’abitudine – …ecco mia moglie! – si precipita ad aiutarla, le toglie le borse in cui c’è di tutto – lui è Duglas – certo con la u e non con la a, sorrido educato, il ghigno per le ferite si disegna sul volto, la maschera del mio sorriso è atroce, la ricostruzione procede lentamente, la signora educata e per non fare brutta figura con il marito tende la mano, intercetto lo sguardo mozzafiato in cerca di soccorso, Antonio è abituato – …lo scrittore, quello americano, che ti ho parlato l’altro giorno – l’altro giorno è un’espressione dilatata del tempo che risale anche a qualche mese fa, come se esistesse un compattatore dei giorni andati in un unico tempo, l’altro giorno appunto.

Chiedo della bambina, alla fine la mia gentilezza rassicura la signora Rosaria, ma deve ora scappare, c’è qualcosa per qualcuno che la attende. “Antonio se vuole può restare…noh? – deciso, inequivocabile, della serie “spicciamocichesonopreoccupataperlabambina” e “tuttitutelicarichiitipistrani”? Scappano con un saluto, ci vedremo questa sera.

Mhmm… Continuo solitario il mio giro, cadrò fra poco preda delle sirene incantatrici. Riesco come un forsennato a passare tra alcune di loro, ogni sguardo rapito è un’esca al consumo, un attentato al tuo portafogli. Mmmhh…

Svolto in via Frigoriferi, per allungare in piazza del Fruttivendolo. Il flashrewind mi prende improvviso, il tempo si ferma, non scorre più. Terzo personaggio esterno, sento scappare il neurone a fare due considerazioni. Così scopro che l’ipermercato ha dilatato la comunità, spezzando e spazzando riti quasi tribali di mutuo soccorso, rendendo i legami così lunghi da avere Facebook e la piazza virtuale necessaria per scambiarsi anche solo monosillabi, diventando incapaci di scrivere correttamente anche solo il pensiero, lo formalizziamo già con gli errori.

Mi intristisco e forse è solo questa noia che mi ha assalito o che la realtà di Antonio e famiglia mi ha ferito, penso al futuro di questa bambina di pochi mesi, alla gioia della famiglia, alle preoccupazioni dei genitori. Penso a supermercati giganti e a Pino e la sua salumeria, e scopro la volontà di mettermi ad urlare.

Rientro nell’auto, guardo oltre, il tempo si è rimesso in moto, la Vita scorre serena.

C’è Speranza.